L’amerikano riluttante
La prima grande opera del Cav. è stata il Ponte sull’Oceano Atlantico
L’incontro tra Silvio Berlusconi e il presidente americano Barack Obama non è soltanto l’esito di una congiunzione favorevole. Il premier che ha varcato ieri sera la soglia della Casa Bianca è un finto ingenuo che da quindici anni disegna strategie internazionali rapsodiche salvo poi improvvisare un virtuosismo che rivela un disegno di fondo più articolato di quanto gli osservatori vogliano far intendere.

Alla sua discesa in campo, nel 1994, Berlusconi aveva fulminato i colleghi del G7 a Napoli invitando tutti a sfruttare la splendida notte di luna piena per aumentare la prole. Così l’allora presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, è stato iniziato ai modi smagati di un Cav. che nel corso degli anni ha cantato inni a stelle e strisce a volume crescente mentre con la coda dell’occhio manteneva il contatto visivo con partner incompatibili soltanto in apparenza, la Russia su tutti. Le nozze atlantiche del Cav. sono state di certo celebrate con George W. Bush, verso il quale Berlusconi ha nutrito una stima che ha sconfinato ben presto in un’amicizia personale con conseguente luna di miele politica. Il premier non ha mai fatto mancare i colpi istrionici e le dichiarazioni di sincero amore, nutrite da quel linguaggio tardo adolescenziale che è il lasciapassare per i due lati della Guerra fredda.
A ottobre, invitato da Bush alla cena di gala per il Columbus Day, ha avuto un contrattempo con il leggio, che gli si è rotto fra le mani. Sembrava che la battuta fosse stata preparata: “Questo è ciò che può fare il troppo amore”. Ma è nell’intervista al New York Times rilasciata all’indomani del Berlusconi II che il Cav. ha trovato la sintesi definitiva per descrivere il suo rapporto con gli Stati Uniti: “Sono dalla parte dell’America prima di sapere da che parte sta l’America”. Il giudizio vale oggi come allora, anche se alla Casa Bianca c’è un democratico sbucato fuori da una galassia estremamente lontana da quella del suo predecessore, quell’Obama di cui Berlusconi ha ricordato la bella abbronzatura anche poco prima di mettersi in viaggio per Washington, dove ha ricevuto accoglienza lussuosa ma non calorosa al St. Regis Hotel sulla sedicesima strada. Quello stesso Obama che nel 2006, quando era un semplice senatore, sbadigliava con fare snob mentre un certo politico italiano veniva insignito del non comune onore di parlare davanti al Congresso degli Stati Uniti (fu un grande e commosso discorso). Quell’uomo politico non avrebbe potuto essere che Berlusconi.
Ieri il Cav. ha attraversato la barriera di una leadership aliena, sia pure scavalcando le code di capi di stato grazie all’etichetta di organizzatore del G8 (del resto molti leader non sono stati ricevuti affatto, vedi Zapatero). Ma Obama e i suoi non hanno voluto sapere soltanto i dettagli del summit de L’Aquila, quanto mettere ordine nell’agenda e fare il punto su alcuni fronti strategici. L’invio di nuove truppe in Afghanistan, la situazione in Iran, i rapporti con Israele in vista della visita di Netanyahu a Roma il 23 giugno, la delicata questione dei prigionieri di Guantanamo, la posizione sull’ingresso della Turchia in Europa, su cui Stati Uniti e Italia concordano felicemente. Ovviamente un punto è stato riservato alla Russia, e qui il curriculum del Cav. pesa come una roccia. E’ con il suo pragmatismo da tycoon che ha saputo tenere insieme due mondi in via di raffreddamento reciproco, arrivando ai vertici della diplomazia internazionale quando si è inventato arbitro in pectore del conflitto in Ossezia: “Sono contento di avere avuto una funzione che credo si possa dire determinante nel fermare l’avanzata dell’esercito russo in Georgia”, ha detto meno di un anno fa dopo una triangolazione telefonica fra le due sponde. Con il vertice di Pratica di Mare, la strategia della bandana, la politica del cucù e un diffuso realismo molto incline alle esigenze del business, Berlusconi ha creato una trama di rapporti che nel tempo è diventata una politica estera ispirata al paradigma tetralogico di “conoscenza, cordialità, stima, amicizia”, come ha spiegato nella recente intervista a Sky Tg24. Raggiunto il quarto stadio può far valere il proprio potere contrattuale anche con gli attori forti: la storia ricorda campioni dei due mondi nominati per molto meno.